Nuccio Pepe al Centro Toniolo di Palermo

ton%203ton%201ton%202Per non dimenticare… Un nuova memoria della Shoah presentata al Centro Toniolo di Palermo
Ancora una volta, la sala da studio Toniolo si è mostrata coerente con la propria vocazione, quella cioè di far da vetrina ad eventi culturali che contribuiscano ad approfondire temi che riguardano la nostra storia, la nostra società, il nostro tempo.
Solo pochi giorni fa, infatti (il 9 Gennaio 2013) – come avevamo preannunciato sul nostro “calendario” – l’équipe che si occupa di promuovere le attività culturali, ha pensato di inaugurare il nuovo anno aprendo le porte della sala al Dott. Nuccio Pepe, autore del libro “Il dubbio”, offrendogli, così la possibilità di presentare la sua opera.
L’evento è stato pensato per rispondere all’imperativo morale del “non dimenticare”, soprattutto in questo mese di gennaio in cui – il 27 – ricorre la giornata della memoria delle vittime della Shoah.
Grazie al contributo preziosissimo di Valentina Presti, che ha saputo sapientemente ed elegantemente catturare l’attenzione dei partecipanti, siamo entrati nel vivo del tema e, dopo qualche iniziale domanda, l’autore ha preso la parola, raccontando la storia della sua amicizia con David Vyssoki, psichiatra, psicoterapeuta, Direttore Medico del centro psico-sociale ESRA di Vienna, che nel libro compare dietro il nome inventato di Natham.
La vicenda narrata si svolge tra Monaco e il campo di concentramento di Dachau in Austria.
Questo breve ma intenso romanzo, è interamente dedicato ad una splendida e profonda storia di amicizia, d’amore coniugale e di determinazione umana che trova spazio all’interno di uno dei periodi più bui della storia dell’umanità: la seconda guerra mondiale, con lo sterminio della popolazione ebraica ad opera della furia omicida nazista; un periodo in cui, più che chiedersi dove fosse Dio, forse sarebbe stato più utile chiedersi dove fosse l’uomo!
Sebbene quel triste evento abbia avuto origine già a partire dagli anni ’40 circa del secolo scorso, tuttavia i suoi effetti continuano ad essere vivi ancora oggi e camminano sulle gambe dei sopravvissuti e su quelle dei sopravvissuti ai sopravvissuti.
Natham – protagonista del libro – è uno di questi: è un sopravvissuto ai sopravvissuti, che non ha mai conosciuto i suoi genitori e che oggi vive soltanto dell’amore della sua famiglia, di sua moglie Hanna e dei suoi figli, nonché di questa amicizia con l’autore che esiste da decenni.
Il racconto rivela molti tratti autobiografici che Nuccio Pepe è riuscito a restituire al lettore con grande grazia e poesia. Le sue sono pagine cariche di nostalgia e tenerezza che inducono al coinvolgimento emotivo fino alla commozione, pagine che rievocano alla memoria un altro scrittore siciliano, anche lui medico, scomparso di recente: Giuseppe Bonaviri.
Non si tratta del solito romanzo sull’Olocausto, in questo caso si tratta di un testo che molto armoniosamente riesce a coniugare le caratteristiche basilari del romanzo giallo, di quello autobiografico, arricchendo la sovrastruttura di riferimenti storici molto sapientemente inseriti e circostanziati che aiutano il lettore a perdersi e a lasciarsi guidare dal sentiero delle sue parole.
Il finale aperto, inoltre, sollecita il lettore a trovare una risposta o, forse, ad offrire un suggerimento, un consiglio al povero Natham attanagliato da un dubbio, da un dilemma di natura esistenziale.
Tutto il trascorrere delle pagine si muove attraverso delineati vicoli misteriosi che via via, gli occhi inchiodati al testo sapranno scoprire.
Chi ha letto “il dubbio”, concorda nel ritenere che si tratta di un racconto che celebra la tenacia e non semplicemente la vita. La tenacia, la determinazione, la caparbietà sono tutte caratteristiche troppo spesso dimenticate da noi uomini e donne di questo momento storico, alle caratteristiche negative del quale, invece, ci arrendiamo troppo facilmente. “Il dubbio” è un inno a “non arrendersi”, anche a costo di scoprire verità scomode, mossi da una forza innata che molto spesso ci viene data proprio da ciò che non abbiamo mai ricevuto. Natham non aveva mai conosciuto le carezze dei suoi genitori ma non per questo si è fermato davanti al fatto di essere loro sopravvissuto. Questa è stata la sua forza: la conoscenza del loro dolore subìto lo ha spinto a rendere giustizia alla loro memoria, pur consapevole del fatto che la ricostruzione della sua identità familiare non gli avrebbe restituito la sua mamma e il suo papà che ogni bambino soprattutto al momento della nascita ha il diritto di avere accanto. Scrive l’autore:
«[…] Natham non può non ricordare i genitori. La madre adorata che, incinta di lui, si sfregiò il bellissimo viso per evitare le violenze quotidiane riservate a quasi tutte le deportate e che morì subito dopo il parto, poche settimane dopo la liberazione. Il padre usato per “esperimenti” scriteriati di resistenza a schianti e cadute. Natham aveva letto molto sui cosiddetti “esperimenti medici” effettuati nel campo di concentramento di Dachau, del resto per lui era sempre stato imperativo conoscere il più possibile di quei genitori che non aveva conosciuto, di quei genitori che non avevano mai potuto fargli una carezza ».
Tra gli aspetti più devastanti che l’autore ha evidenziato, uno in particolare necessita di un approfondimento, soprattutto perché è inconsueto che se ne parli, nostro malgrado, nei salotti televisivi e non solo. Si tratta del silenzio degli abitanti del villaggio costruito proprio lungo il perimetro del campo di concentramento di Dachau, i quali, tutte le volte in cui venivano interrogati sull’accaduto hanno sempre bruscamente interrotto la conversazione.
Bisognerebbe, oggi nel 2013, chiedersi il perché di questo silenzio. Molti pensano si tratti di indifferenza, altri pensano si tratti di rimozione del problema, altri ancora pensano che si potrebbe trattare di “tacita giustificazione”: quegli abitanti cioè, pur ritenendo “valida” l’azione compiuta dalle rappresaglie naziste ai danni del popolo ebraico, non riescono a difenderne fino in fondo le modalità e la credibilità, per questo fanno del loro silenzio una trincea invalicabile. Basti pensare alla notizia che il 22 marzo del 1933 venne pubblicata sulla principale testata giornalistica cittadina, il “Münchner Neuesten Nachrichten”, su indicazione dell’allora capo della polizia della città di Monaco, Heinrich Himmler, notizia rigorosamente riportata nel testo di Pepe:
«Mercoledì 22 Marzo 1933 verrà aperto nelle vicinanze di Dachau il primo campo di concentramento. Abbiamo preso questa decisione senza badare a considerazioni meschine, ma nella certezza di agire per la tranquillità del popolo e secondo il suo desiderio.»
L’opinione pubblica oggi dovrebbe fermarsi e riflettere sulle conseguenze di quell’articolo del ’33, sugli effetti collaterali di quella violenza travestita ed edulcorata dalle convincenti parole riportate testualmente.
Nuccio Pepe, infatti, facendo riferimento ai taccuini del filosofo tedesco Max Horkheimer, scrive che gli Ebrei non furono ascetici, che non hanno adorato il dolore ma che viceversa lo hanno subìto e che più che altri popoli, il loro vive del ricordo del dolore dei propri morti.
Queste parole sono lame taglienti che dovrebbero illuminarci su questioni di più stretta attualità. Alla luce, infatti, degli eventi che oggi stanno dilaniando le popolazioni che abitano la striscia di Gaza – eventi che l’opinione pubblica mondiale conosce e che da anni sono al centro dei più atroci fatti di cronaca a causa delle perpetue lotte intestine devastanti – dovremmo comprendere il senso di questo accanimento o almeno sforzarci di comprenderlo. Ad oggi, possiamo soltanto sperare – supportando la nostra speranza con azioni concrete di pace – che quei conflitti lungo quella lingua di terra si sedino, e che soprattutto quella ipotetica “tacita giustificazione”, che in questo caso avrebbe molto il sapore della famigerata legge del taglione, non spinga gli Ebrei di oggi a vendicare la morte dei loro connazionali seminando altre morti ai danni di persone innocenti.
Da questo testo, che si legge tutto d’un fiato, trasuda tutta l’energia che soltanto qualcosa che non si fa per mestiere ma si realizza esclusivamente per passione riesce a regalare.
L’approccio di chi si accinge a scrivere pur avendo una formazione assai diversa da quella letteraria, è sempre molto differenziato ma quello che sbalordisce è che non si tratta mai di testi di tessitura ed intreccio banali, piuttosto si tratta di testi che nascondono un bagaglio culturale enciclopedico che trova linfa vitale nella lettura dei generi più disparati.
Grazie anche alle note del maestro Davide Rizzuto, alla lettura di brani scelti ed alla proiezione di immagini, l’atmosfera è diventata carica di emozione.
Tutti insieme abbiamo pensato a quanto sia bella e preziosa la nostra vita e a quanto questo mondo, seppur difficile, non sia, ancora, il peggiore dei mondi possibili!
Magda Rosato

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